...e vino sia

   30 GIORNI
Mensile di Attualità, Politica e Cultura

Diretto da Leo Casucci  

...E sempre vino sia… ma solo in poesia...

   Continuiamo il nostro viaggio attraverso il pianeta vino e vediamo chi, e come prima di noi ha voluto lasciare una traccia indelebile nei secoli, affinchè oggi possiamo apprezzarlo. Notissimi sono i versi Danteschi che danno la più perfetta e coerente descrizione del vino: .. Guarda il calor del sol che si fa vino / giunto all’umor che dalla vite cola…

   Pur essendo un nemico dei banchetti e della vita mondana, Dante ha tessuto uno dei più grandi elogi del vino, ma pochi sono i poeti italiani e latini di qualsiasi tempo e di qualsiasi corrente letteraria che non abbiano dedicato al vino un’immagine, un verso, un madrigale.  Il tema dell’invito a cena è comune nella poesia greca e latina, da Filodemo ad Orazio.

   Catullo, com’è sua abitudine affronta l’argomento e si esprime come un giovane dell’epoca del rock and roll; propone all’amico Fabullo: "bonam atque magnam cenam, non sine candida puella et vino et sale et omnibus cachinis" (vino e sale non sono necessari , se non si vorranno degustare manicaretti scipiti e non convenientemente innaffiati da buon nettare)

   I cachinis stanno per tutto ciò che può destare riso e allegria, in quanto alla puella si sa che danzatrici e flautiste rallegravano i banchetti con le loro grida di gioia.

   Alceo, poeta aristocratico di Mitilene, combattente sfortunato, costretto ad abbandonare lo scudo in mano al nemico, sa come consolarsi: .. Io già sento primavera / che s’avvicina coi suoi fiori / versatemi subito una tazza di vino dolcissimo….

   La traduzione di questi versi, opera di Salvatore Quasimodo, sottolinea l’armoniosa cadenza del rituale di una bevuta e sottolinea altre delizie per il corpo e per lo spirito. Non sono solo gli antichi a costriure fantasie sui più ispirati momenti Bacchici.

   Una canzonetta delgi anni venti di Umberto Saba dice: La vita è cosi amara, il vino è cosi dolce, perché dunque non bere?- Non è il caso di Saba, ma talvolta i poeti hanno esagerato nel darsi alla vita spensierata ed al bere. Cecco Angioleri, l’indiscusso precursore dei poeti maledetti, morto in miseria a Siena intorno al 1312 , afferma esplicitamente con il suo tono sarcastico: " Tre cose solamente mi so in grado / le quali possono non ben ben fornire: ciò è la donna, la taverna e i’ dado / queste mi fanno i’ cor lieto sentire."

    Giuseppe Giusti, durante un pranzo, tastò il polso agli esterofili che hanno sempre pullulato fra le mura di casa nostra, indirizzando ai presenti un brindisi ammonitore: " a noi qui non annuvola il cervello / la bottiglia di Francia e la cucina / i vini, i cibi, i vasi apparecchiati / ed i fiori soavi onde la mensa è lieta / sotto l’influenza di gentil pianeta / con noi son nati"

Carlo Tanzini (1982-1985)

( ed. Librex)                                                                                                     <<<< indietro

TwitterG+LinkedIn